Esclusivo Scarantino: “Mi indicavano cosa dire sotto minaccia”


di | 30 Gen 2014

Per la prima volta, dopo oltre vent’anni di storia processuale, il pentito chiave della strage di via D’Amelio, si siede davanti ad una telecamera e si racconta a Servizio Pubblico. “La mafia arriva, spara in faccia, e muori. Lo Stato, invece, ti fa morire giorno dopo giorno”, spiega Vincenzo Scarantino,  il picciotto di borgata che nel 1992 venne arrestato per il “botto” del 19 luglio. Dopo un anno di carcere duro a Pianosa, decide di collaborare spiegando per filo e per segno come e perché sia stato organizzato l’omicidio Borsellino. La sua testimonianza ha sancito ergastoli e scritto una delle pagine più buie della storia del nostro Paese, quando a sorpresa nel 1998, ha deciso di ritrattare tutto puntando il dito contro poliziotti e magistrati che a suo dire lo avrebbero costretto a testimoniare ciò che non ha mai fatto, visto o sentito. Il tutto a spese di sette innocenti condannati all’ergastolo. Oggi sono a piede libero in attesa della revisione del processo che si sta rifacendo sulle orme di un nuovo collaboratore di giustizia, Gaspare Spatuzza. Scarantino, che ha finito di scontare la pena per calunnia da un anno, è attualmente imputato a Caltanissetta, sempre per calunnia stavolta nei confronti di quegli uomini che ha ingiustamente coinvolto nella strage. La Procura indaga sull’ipotesi che Scarantino, sia stato la pedina di un ennesimo e clamoroso depistaggio. Mentre lui rischia di scontare una nuova pena, i poliziotti che si sono occupati della sua tutela negli anni in cui si è prestato a fare il “falso pentito”, sentiti di recente dagli organi inquirenti, hanno dimostrato scarsa memoria. In particolare il dottor Mario Bò e l’ispettore Vincenzo Ricciardi si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. L’ex picciotto di borgata, infame di professione, resterà per sempre il simbolo di un processo nato malato. Lei si giustifica per aver gratuitamente tirato in ballo nell’omicidio Borsellino, Salvatore Profeta, Cosimo Vernengo, Giuseppe Urso, Giuseppe La Mattina, Natale Gambino, Gaetano Scotto e Tanino Murana, dicendo che questi nomi le sarebbero stati suggeriti. Sì, sì. Io volevo scappare da Pianosa perché mi stavano facendo morire! Ma come ha messo in piedi i suoi racconti, anche dettagliati sul furto della fiat 126 poi utilizzata come autobomba o sulla riunione deliberativa nella quale lei raccontava di aver sentito dire a Riina che si doveva far fuori il giudice?